Carissimi amici del Gruppo Missionario di Castrezzato,
oggi mi e' stato comunicato che avete devoluto 2,000 euro al
sottoscritto. Ringrazio sentitamente per il vostro costante ricordo,
generosita' e affetto. Non so ancora come spendero' quei soldi, ma vi
assicuro che non andranno persi ne' spesi male. Qui c'e' solo
l'imbarazzo di dover scegliere dove spenderli... tante sono le necessita'
ed esigenze della nostra gente. In voi ovviamente ringrazio la
popolazione del paese insieme a don Mario e a don Claudio. Qui procede
tutto bene. Il lavoro non manca e il caldo nemmeno! Ma dopo un po' ci si
fa il callo. Il nuovo posto, mi piace molto, anche e soprattutto perche'
e' un posto difficile. La missione di Borodol e' una sfida continua, e
per la poverta' estrema della gente e per il contrasto culturale che
si evidenzia tra il Missionario e la gente. Ogni giorno c'e' una novita'
da affrontare, una sfida da capire. Tutto cio' mi aiuta a mantenermi
giovane e vivo. Davvero, mi viene da dire: per fortuna che c'e' la
Missione. Per fortuna che c'e' il Bangladesh. E Grazie a Dio per avermi
fatto Missionario! Grazie ancora a tutti. Una preghiera.
Vostro
Sergio Targa sx
Notizie da P.Sergio
Carissimi,
Sto scrivendo dalla mia stanza in quel di Borodol... fa un caldo bestiale a dire poco,
la corrente e' appena tornata: pensa te se ne e' andata alle 12 ed e'
tornata alle 20. Per il resto, se non si calcolano le zanzare fameliche
che ci sono qui, va tutto bene! IN effetti il posto é come me lo
immaginavo povertà schifosa da tutte le parti, mancanza di lavoro, e
la gente che si e' abituata a dipendere sulla missione per sopravvivere.
Insomma, un bel casino! Ma credetemi, mi trovo a mio agio. Al momento ho
smesso i miei giri pindarici a visitare i villaggi di fuori casta della
zona per dedicarmi allo scritto. Sto preparando un testo piuttosto
complesso sulla gente con cui lavoro. Sono in ritardo, ma spero di
finire il paper entro Giugno. Questa al momento e' l'attivita' che mi
sta tenendo impegnato non poco.
Carissimi, adesso vi saluto.
Statemi bene e avanti tutta
ciao ciao
Sergio
PadreSergio 24-11
Carissimi amici del Grppo Missionario di Castrezzato,
sono ormai da un paio di settimane nel nuovo posto assegnatomi: Borodol, al sud-ovest del Bangladesh, nel distretto di Satkhira. Il posto e’ molto a sud, e per questa ragione, le infiltrazioni di acqua salata dalla Baia del Bengala si fanno sentire prepotentemente. Ora tutti si beve l’acqua del pukur (laghetto artificiale) della nostra missione, riempito dalle acque piovane portate dal monsone i mesi scorsi. Quest’acqua comunque non durera’ molto visto che tutto il villaggio (Cristiani, Hindu e Mussulmani) ne fanno uso. Quando non ce ne sara’ piu’ dovremo accontentarci dell’acqua salmastra dei pozzi. Ma l’acqua non e’ il problema piu’ grave della zona. Borodol fino alla divisione dell’India nel 1947, ospitava un mercato fiorentissimo di merci dirette o provenienti da Calcutta. Con la spartizione del sub continente Indiano e la separazione del Bengala Orientale da quello Occidentale, anche Borodol ha perso la sua importanza commerciale e quello che era un fiorente porto fluviale, e’ diventato piano a piano luogo di poverta’ e miseria. La missione in cui sono approdato e’ stata fondata nel 1937 dai padri Jesuiti provenienti da Calcutta. I Cristiani di questa missione sono dunque relativamente giovani e provengono tutti dal gruppo di fuori casta chiamato Rishi o Muci (in senso dispregiativo). Costoro marginalizzati dalla societa’ Hindu erano dediti al lavoro della pelle, alla manifattura di scarpe e in genere a tutti quei lavori ‘impuri’ che altri non potevano e non dovevano fare. Nel tentativo di sfuggire ad un destino crudele che li ha costretti al ranco di sotto-uomini per secoli se non millenni, questa gente dal 1937 ha cominciato un lento processo di conversione al Cristianesimo. In realta’, questa gente non e’ molto interessata a questioni religiose; il Cristianesimo e’ stato l’occasione per loro per cercare di uscire dalla loro situazione di indigenza e di marginalizzazione. Di fatto anche i molti (la maggioranza) Rishi che non si sono convertiti al Cristianesimo ma sono rimasti legati a forme di Hinduismo (i fuori casta, infatti tecnicamente non potrebbero essere considerati Hindu) di fatto vedono nella nostra missione un punto di riferimento. E questo non perche’ noi si sia piu’ bravi di altri, ma semplicemente perche’ la missione e’ l’unica istituzione che si prende cura e cerca di prendersi cura di questa gente che ancora oggi sia Hindu che Mussulmani evitano in tutti i modi possibili. Ebbene, io sono in questo posto circondato da possenti fiumi (il nostro Po, sarebbe un canaletto al confronto!). Tutte le volte che mi muovo devo attraversare due fiumi su barchette traballanti visto che di ponti non c’e’ l’ombra (sono in construzione pero’). Mi sto guardando intorno, prendendo i contatti con tutti i villaggi Rishi della zona. La prima impressione e’ che questa gente che conosco gia’ per averci lavorato assieme in altre missioni, sia messa molto peggio dei Rishi che ho conosciuto fino ad ora. La loro poverta’ e’ poi ancora accompagnata dallo stigma dell’intoccabilita’: ancora oggi in diverse localita’ i figli Rishi non sono accettati nelle scuole governative; ancora oggi Hindu e Mussulmani seppur si mischiano con i Rishi non si siedono a mensa con loro: mangiare in case Rishi vorrebbe dire diventare impuri come loro! La situazione scolastica di questi villaggi e’ disastrosa. Pochissimi vanno a scuola e molti non arrivano nemmeno alla 5 elementare. Di giovani ragazze non ne esistono, perche’ appena arrivano a 12-13 anni di età, le sposano. La loro situazione abitativa e’ un altro disastro: case di fango, tenute insieme da fogli di plastica, ondulati di latta, pezzi di legname e bambu, frasche e paglia di riso. Credetemi, non sto esagerando, anzi probabilmente la mia descrizione non rende tutta la drammacita’ del duro mestiere di vivere di questa gente.
Ovviamente, potete immaginare che il solo mettere piede in questi villaggi mi faccia l’oggetto di un numero interminabile di richieste. Purtroppo queste situazioni di miseria e indigenza sono generalizzate a tutto questo gruppo o ‘casta’ per cui anche a volerlo non si riuscirebbe a risolvere i loro problemi e a soddisfare le loro esigenze. Per cui cosa faccio? Ascolto, ascolto solamente. Cerco di empatizzare con loro, e per quel che posso, cerco di dare una mano almeno nei casi piu’ gravi di miseria. Quello che faccio in pratica e’ cercare di dare loro una cosa che nessuno puo’ dagli, nemmeno se la volessero comprare: la dignita’ dell’essere uomini e donne! Forse a questo punto vi state chiedendo cosa abbia a che fare tutto cio’ con l’Avvento ed il Natale! Semplice: il Natale e’, fra le tante cose, la festa della dignita’ umana innalzata a dignita’ divina in Gesu’. Niente di piu’ niente di meno. Ovvio, nel mio piccolo e nella mia ignoranza sono convinto che il Gesu’ che nasce trovera’ comunque un posto nelle baracche sgangherate dei Rishi del Bangladesh. Non sono sicuro se egli potra’ trovare questo posto nelle nostre ricche dimore, dove Gesu’ e’ ormai ridotto a simbolo di una tradizione arida e morta. E questa insicurezza mi e’ venuta dopo aver letto sul Corriere della Sera della operazione “White Christmas” che i lungimiranti amministratori del paese limitrofo di Coccaglio hanno lanciato. Che vergogna nel leggere quelle parole! E mi sono chiesto: dopo 2000 anni di Cristianesimo, questo e’ quello a cui siamo giunti? Il Natale festa dell’accoglienza all’ennesima potenza e’ diventato invece occasione di esclusione, emarginazione e odio. Ma la tradizione Cristiana non si salva salvando i simboli del Cristianesimo, ma facendo i Cristiani sul serio. Mi auguro solamente che la Chiesa che e’ in Coccaglio non sia rimasta silente di fronte a questi che sono veri scempi, assalti mortali a quello che rimane della tradizione Cristiana! E se i Bengalesi lanciassero l’operazione “Black Christmas” in nome della quale anche il sottoscritto insieme a tante altre facce bianche, stranieri matricolati in questo paese, fossimo costretti a lasciare il Bangladesh? E’ proprio vero dovremmo provare tutti che cosa significa essere stranieri (come lo provarono tanti dei nostri nonni e soprattutto, bisnonni)! Forse diremmo e faremmo molte meno sciocchezze. Cari amicidel gruppo missionario, spero di non avervi tediato. Colgo l’occasione anche per ringraziarvi per l’affetto e stima che avete dimostrato nella mia recente visita al paese. Ringrazio anche per i 5,000 euro che don Mario mi ha consegnato ancora subito, appena arrivato, per i quali non ho mai avuto l’occasione di ringraziarvi publicamente. Che tutti noi, io per primo, possiamo riappropriarci del senso del Natale che mai come oggi deve essere riscoperto nel suo senso di accoglienza, solidarieta’ e profezia, di un Dio che non disdegno’ di farsi uomo e considerare un niente la sua divinita’.
Sergio sx
P.S.: In allegato troverai un paio di foto. Sono alcuni scatti che ho fatto ieri e oggi in due villaggi Rishi. Danno un’idea del tipo di degrado in cui questa gente vive. Ciao ciao.
Vogliamo ricordare sr Teresina, riportando qui sotto le date importanti della sua vita.
Teresina Sala nasce a Castrezzato il 9 novembre 1932, è primogenita di una numerosa famiglia.
Nel marzo del 1950 entra tra le Suore delle Poverelle di Bergamo, dove inizia il cammino di formazione che la porterà ad emettere la prima Professione nel 1952 (assumendo il nome di sr. Annalice) e nel 1958ad emettere la sua Professione perpetua.
La sua “passione” apostolica sono i bambini e le attività pastorali in parrocchia ed è così cheinizia la sua missione educativa prima a Piovene (VI), quindi a Cene e a Bergamo nella parrocchia di S. Tommaso.
Dal 1978 al 1997 è missionaria tra gli emigranti in Belgio e in Francia.
Dopo questa esperienza quasi ventennale il Signore le chiede di continuare la sua missionarietà in Costa d’Avorio, prima ad Agnibilekrou e poi a Mafferè, dovesi occupa prevalentemente della scuola Materna, della alfabetizzazione e della catechesi.
Le consorelle durante la messa celebrata in suo ricordo domenica 27 settembre a Bergamo la ricordano con queste parole:
“tutti rimangono incantati dalla semplicità e limpidezza con cui parla della sua missione, dei bambini e delle famiglie che assiste amorevolmente.
A tutti sr Annalice chiede la partecipazione di preghiera e di vicinanza.
E’ ripartita per la missione solo il 31 agosto scorso, vivace ed entusiasta più che mai, come lo era la mattina del 21 settembre, iniziando come al solito la sua giornata in mezzo ai bambini e alle mamme della grande e bella scuola materna, oggetto delle sue particolari cure.
Il Signore l’ha chiamata lì, sul posto quotidiano di servizio e di annuncio; colpita da una grave emorragia non ha più ripreso conoscenza, preparandosi così nel silenzio all’incontro definitivo con il Signore. La famiglia ha condiviso gli ultimi giorni di degenza di sr. Annalice, tenendosi sempre in contatto, momento per momento, con le comunità della Costa d’Avorio e con le sorelle fino all’ultimo respiro. Il Signore doni conforto a quanti soffrono per la sua perdita”
"Volevo solo seguire Gesù",
volevo conoscerlo, amarlo, adorarlo...
E Lui invece mi ha chiamato a seguirlo nella missione.
Lui mi ha detto:
Vuoi conoscermi?
Cerca il mio volto nel volto della gente.
Loro sono immagine e somiglianza mia.
Vuoi amarmi?
Amami amando le persone che io metto sul tuo camino.
Amami attraverso loro, perché Io abito in loro.
Vuoi adorarmi?
Dunque sii il mio servo servendomi negli altri:
"ogni cosa che fai ai più piccoli... la fai a me".
ETIOPIA 2009
DAL CAMPO DI LAVORO IN ETIOPIA 2009
(Giuliana e Ivan)
È difficile a distanza di pochi giorni dal rientro raccontare un’esperienza in Africa di questo genere. Ripensare e riordinare tali e tanti pensieri ed emozioni in modo da renderli leggibili.
Venti giorni intensi di contatti umani di cui io onestamente avevo perso la freschezza a distanza di un solo anno dal precedente viaggio, a causa della voracità con cui viviamo il tempo delle nostre giornate.
È difficile ripeto, ma altrettanto piacevole farlo per voi del Gruppo Missionario di Castrezzato che ci siete stati vicini prima della partenza, raccogliendo i fondi che abbiamo consegnato di persona nelle mani delle suore Comboniane della missione di Getema nella zona di Nekemte (nell’ovest Etiopia), tali fondi sono serviti per portare avanti i lavori del centro sanitario che affiancherà l’erigendo ospedale della regione.